16 ott 2010

Storia del Vesuvio

Si tratta di un vulcano particolarmente interessante per la sua storia e per la frequenza delle sue eruzioni. Fa parte del sistema montuoso Somma - Vesuvio ed è alto 1281 metri. È situato leggermente all'interno della costa del golfo di Napoli, ad una decina di chilometri ad est del capoluogo campano.
Il Vesuvio costituisce un colpo d'occhio di inconsueta bellezza nel panorama del golfo, specialmente se visto dal mare con la città sullo sfondo. Una celebre immagine da cartolina ripresa dalla collina di Posillipo lo ha fatto entrare di diritto nell'immaginario collettivo della città di Napoli, sebbene dagli abitanti del luogo sia considerato uno stereotipo al pari del celebre sole - mare - mandolino. Non altrettanto stereotipo, ma ben più importante, è il primato che il Vesuvio detiene a livello mondiale: si tratta del vulcano che per primo è stato studiato sistematicamente.

Risale infatti alla metà degli anni quaranta dell' 800 la costruzione di un Osservatorio (tuttora funzionante, anche se solo come dependance di più moderne strutture ubicate a Napoli) e si può ben dire che la vulcanologia, come vera e propria ricerca scientifica, nasce in quegli anni.
Ancora in anni più recenti, siamo ai primi decenni del XX secolo, quando gli statunitensi decisero di creare un osservatorio alle Hawaii, si rifecero all'esperienza vesuviana.
Dalla fine degli anni quaranta non si sono più avute sue eruzioni. Pur tuttavia,non essendo il vulcano considerato in stato di quiescenza, alcuni interventi legislativi hanno individuato una zona rossa comprendente 18 Comuni (quelli del Parco oltre a Cercola, Pompei, Portici, San Giorgio a Cremano, Torre Annunziata); le amministrazioni di questi Comuni hanno predisposto e devono tenere costantemente aggiornato un piano di evacuazione. I Comuni, inoltre, mettono ciclicamente in atto delle sperimentazioni del piano al fine di esercitare la popolazione. Di recente, la Regione ha predisposto incentivi atti a favorire il decongestionamento dell'area a maggior rischio.

Origini del nome
Nell'antichità il Vesuvio era ritenuto consacrato all'eroe semidio Ercole, e la città di Ercolano, alla sua base, prendeva da questi il nome, così come anche il vulcano, seppur indirettamente.
Ercole infatti era ritenuto essere il figlio del dio Giove e di Alcmena, una donna di Tebe. Uno dei nomi di Giove era ??? (Ves). Veniva così chiamato per essere il dio della pioggia. Così Ercole divenne Vesouuios, il figlio di ves.
Stato iniziale
Il Vesuvio non apparve sempre come un vulcano attivo. Per molti secoli fu un monte tranquillo. Scrittori antichi lo descrissero coperto di orti e vigne, eccetto per l'arido culmine.
Fra un grande cerchio di dirupi quasi perpendicolari c'era uno spazio piatto sufficiente ad accampare un'armata. Si trattava senza dubbio di un antico cratere, ma nessuno a quei tempi sapeva niente della sua storia. Di questo cratere oggi sopravvive solo un settore, denominato Monte Somma.
Così, non conoscendosi la sua natura vulcanica, la fertilità dei terreni circostanti favorì gli insediamenti osci e sanniti di Stabia, Pompei ed Ercolano, i cui abitanti non nutrivano alcun sospetto sul rischio potenziale dell'area.
Il monte aveva avuto, nel 73 a.C., il suo quarto d'ora di notorietà, grazie a Spartaco e ai suoi seguaci che, nei loro vani tentativi di sfuggire alle legioni romane, si rifugiarono sul Vesuvio.
Incidentalmente, gli schiavi riuscirono a sottrarsi alla cattura, rinviando l'esito cruento della loro rivolta: utilizzarono i tralci delle viti che ricoprivano le pendici del monte per fabbricare scale con le quali fuggirono per l'unico passaggio non sorvegliato perché impervio.
L'eruzione del 79 d.C.
Nel 62 gli abitanti subirono un primo colpo: la montagna si scosse violentemente e un gran numero di case vennero distrutte dal terremoto. Il successivo periodo di tranquillità favorì la ricostruzione degli edifici crollati. La vita riprese a scorrere ordinata e tranquilla in quelle terre che, ormai stabilmente inserite nel ben strutturato sistema imperiale, si potevano ritenere al riparo da qualsiasi minaccia esterna.
Le abbondanti reliquie di quel periodo sono tipiche di ricche, operose cittadine di provincia, lontane tanto dal fasto e dal rumore dell' Urbe che dall'atmosfera raffinata e decadente della greca Neapolis, pur vicinissima.
Ma un giorno dell'autunno del 79 su Stabia, Pompei e Ercolano si scatenò il finimondo.
Plinio il vecchio quel giorno era al suo posto di comando della flotta romana dislocata a Miseno. La sua famiglia era con lui, e, tra gli altri, suo nipote, Plinio il giovane, ci ha lasciato un'interessante testimonianza su ciò che successe. Egli osservò una nube molto densa elevarsi in direzione del Vesuvio, della quale scrisse:
«Non posso darvi una descrizione più precisa della sua forma se non paragonarla a quella di un albero di pino; infatti si elevava a grande altezza come un enorme tronco, dalla cui cima si disperdevano formazioni simili a rami. Sembrava in alcuni punti più chiara ed in altri più scura, a seconda di quanto fosse impregnata di terra e cenere.»
(Plinio il Giovane)
Vedendo questa notevole apparizione, Plinio il vecchio, grande naturalista e, ovviamente, attento all'osservazione di fenomeni insoliti, fece approntare una nave per andare a vedere più da vicino cosa stesse avvenendo, e offrì al nipote l'opportunità di accompagnarlo. Plinio il giovane che preferì restare a casa a studiare, nelle già citate lettere, a Tacito, descrive anche la fine dello zio.
Questi, infatti,aveva ricevuto, nel frattempo, una lettera da Ercolano dalla moglie di Cesio Basso, Retina che chiedeva aiuto non avendo altro scampo che per mare.
La missione da scientifica si trasformò quindi in soccorso: Plinio, comandante della flotta di Miseno, ben conosceva il litorale vesuviano dove erano le residenze di numerosi amici. Altre navi furono quindi fatte salpare verso quelle spiaggie.
Mentre si stava perciò dirigendo verso Ercolano ai piedi della montagna,la nave fu investita da una pioggia di cenere rovente, che diveniva più intensa e calda quanto più si avvicinava, cadendo, insieme a grumi di pomice e roccia nera e rovente.
Una grande quantità di frammenti rotolava giù dalla montagna, agglomerandosi sempre di più. Il mare, poi, iniziò a ritirarsi, rendendo impossibile l'approdo. Plinio, pertanto, si diresse verso Stabia e lì approdò, facendosi ospitare da Pomponiano (Pomponianus), un suo vecchio amico.
Nel frattempo, le fiamme scaturivano da ogni parte della montagna con grande violenza – l'oscurità non faceva altro che aumentare il loro splendore. Nonostante tutto, Plinio decise di riposare. Ma presto la zona si riempì di lapilli e ceneri; i suoi servi lo svegliarono, e lui raggiunse Pomponiano e la famiglia.
La casa tremava per le forti scosse di terremoto e, nel frattempo,lapilli e ceneri continuavano a piovere all'esterno. Valutati i rischi tutti pensarono che fosse più sicuro uscire all'aperto proteggendosi la testa con cuscini. Anche se era ormai giorno, l'oscurità era più profonda della notte più nera.
Plinio, persona di complessione robusta e asmatica, dopo aver bevuto acqua fredda, si stese su una vela che era stata distesa per lui ma, quasi immediatamente, la lava, preceduta da un forte odore di zolfo lo obbligò ad alzarsi. Con l'aiuto di due servi ci riuscì, tuttavia, soffocato dai vapori tossici, morì istantaneamente. Il corpo, rintracciato dopo tre giorni, "sembrava di persona che dormisse".
In un'altra lettera a Tacito, Plinio il giovane si sofferma invece su quanto accadde a Miseno, dove era restato con la famiglia.
Si tratta di una descrizione altamente drammatica, in specie nella raffigurazione della "notte" che calò sull'abitato (che, va ricordato, è situato all'estremo opposto rispetto alla costa vesuviana).
Infatti, Plinio è molto preciso e puntualizza che furono avvolti da una notte che non era una notte illune o nuvolosa ma il buio di una stanza chiusa e senza la minima luce (si era in pieno giorno..). Ci si muoveva, ricorda, in questo buio fitto, liberandosi di continuo dalle ceneri calde che cadevano ininterrottamente e che, altrimenti avrebbero sommerso le persone.
Non fu solo,Plinio, nella sua morte; poiché, anche se molti degli abitanti delle città vesuviane furono in grado di trovare una via di fuga, l'improvvisa e sopraffacente pioggia di cenere e lapilli fece si che non pochi di loro perirono nelle strade. Se consideriamo l'efficace narrazione succitata che si riferisce a località site a distanza di sicurezza, è immaginabile quel che si verificò alle pendici del vulcano.
Le città stesse scomparvero alla vista, sepolte sotto almeno 6 metri di materiali eruttivi, e come molte altre cose, con il passare del tempo, furono sepolte anche nella memoria.
Le desolate distese che avevano visto la vita vivace e ricca, ora erano evitate e oggetto di terrori superstiziosi. Per molti secoli restarono completamente dimenticate.
Oggi, peraltro, grazie anche a studi comparati con vulcani simili al Vesuvio, si sono chiariti numerosi aspetti di quell'eruzione che, ben descritti da Plinio il giovane, erano stati considerati viziati da eccessiva fantasiosità.
In particolare, le caratteristiche diverse dei fenomeni che interessarono Pompei e Stabia rispetto ad Ercolano: le prime furono sommerse da una pioggia di cenere e lapilli che, salvo un intervallo di alcune ore (trappola mortale per tanti che rientrarono alla ricerca di persone care e oggetti preziosi), cadde ininterrotta.
Ercolano, non fu investita nella prima fase, ma quasi dodici ore dopo, e, sino alle recentissime scoperte, si era pensato che tutti gli abitanti si fossero posti in salvo. Diversa fu la natura dei fenomeni che interessarono questo piccolo centro, molto più elegante e raffinato delle commerciali Pompei e Stabia.
Infatti, il gigantesco pino di materiali eruttivi prese a collassare e, per effetto del vento, un'infernale mistura di gas roventi, ceneri e vapor acqueo, investì l'area di Ercolano. Coloro che si trovavano all'aperto ebbero forse miglior sorte, vaporizzati all'istante, di chi trovandosi al riparo ha lasciato tracce di una morte che, pur rapida, ebbe caratteristiche tremende. Il fenomeno è oggi conosciuto come "nube ardente" .
Il Vesuvio era stato sottoposto a un grande cambiamento. La sua cima non era più piatta, ma aveva acquisito una forma conica, dalla cima della quale ascendeva un denso vapore. Questo cono, determinato dalla fortissima spinta del materiale eruttato,ha letteralmente sfondato il precedente cratere per 3/4 circa della sua circonferenza. Ciò che residua dell'antico edificio vulcanico in seguito prese il nome di Monte Somma.
L'insieme di foreste, vigne e vegetazione lussureggiante, che ricopriva la parte del fianco del Vesuvio, dove avvenne l'eruzione, fu distrutto. Niente poteva essere più impressionante del contrasto tra lo stupendo aspetto della montagna prima della catastrofe, e la desolazione presente dopo il triste evento. Questo rimarcabile contrasto fornì il soggetto a uno degli epigranni di Marziale, Lib. IV. Ep. 44. Che suona all'incirca così:
«Ecco il Vesuvio, poc'anzi verdeggiante di vigneti ombrosi, qui un'uva pregiata faceva traboccare le tinozze; Bacco amò questi balzi più dei colli di Nisa, su questo monte i Satiri in passato sciolsero le lor danze; questa, di Sparta più gradita, era di Venere la sede, questo era il luogo rinomato per il nome di Ercole. Or tutto giace sommerso in fiamme ed in tristo lapillo: ora non vorrebbero gli dèi che fosse stato loro consentito d'esercitare qui tanto potere.»(Marziale Lib. IV. Ep. 44 )
Dall'eruzione del 79 d.C., il Vesuvio ebbe molti periodi di attività alternati a intervalli di riposo. Nel 472, scagliò una tale quantità di ceneri, che si sparsero per tutta Europa e riempirono di allarme perfino Costantinopoli. Nel 1036 si ebbe la prima eruzione con fuoriuscita di lava. Questa eruzione fu seguita da altre cinque, l'ultima delle quali avvenne nel 1500. A queste fece seguito un lungo riposo di circa 130 anni, durante il quale la montagna si coprì nuovamente di giardini e vigne come in precedenza. Anche l'interno del cratere si ricopri di arbusti.
L'eruzione di acqua bollente del 1631
Nel 1631 ci fu un'altra terribile eruzione del Vesuvio, che coprì di lava la maggior parte dei paesi sulle sue pendici.
In questa eruzione, Napoli fu direttamente minacciata, il che si è verificato molto di rado. A ricordo, ancor oggi, sta la statua del santo patrono Gennaro al Ponte della Maddalena, rivolto verso il Vesuvio.
In aggiunta a questa calamità si crearono torrenti di acqua bollente fuoriuscita dal vulcano, che produsse ulteriori spaventose distruzioni.


Ci sono state da quell'epoca, numerose eruzioni, che sarebbe noioso menzionare in dettaglio; ma due di queste sono degne di nota. Durante un'eruzione del febbraio 1848, una colonna di vapore alta circa 15 metri, sorse dal cratere, presentando una varietà di colori; subito dopo spuntarono dieci cerchi, bianchi neri e verdi che assunsero la forma di un cono. Un'apparizione simile era stata osservata nel 1820. Più recentemente, nel maggio 1855, un grande flusso di lava incandescente, di una 70 di metri di larghezza, fluì verso un grosso crepaccio di circa 300 metri di profondità. La prima parte di questa spaccatura è a precipizio e qui, la lava in caduta formò una magnifica cascata di fuoco liquido.
La scoperta dei resti di Ercolano e Pompei
Delle città sepolte di Ercolano e Pompei, nessuna traccia venne scoperta fino al 1713, quando alcuni lavoranti intenti a scavare un pozzo, trovarono i resti di Ercolano a circa 8 metri di profondità.
A quel tempo comunque, poca attenzione venne data alla scoperta; ma nel 1748, un contadino, scavando il suo vigneto, incappo in un'antica opera d'arte. Affondando un palo in quel punto, alla profondità di 4 metri, i resti di Pompei vennero ritrovati.
Questa scoperta portò a ulteriori ricerche, e l'esatta posizione delle due città venne così accertata. Il lavoro di dissotterramento è continuato, con poche interruzioni, fino ai giorni nostri, e molti preziosi reperti di arte antica sono stati portati alla luce.
Naturalmente, nel tempo, si sono affinate le tecniche, sia di scavo, sia di trattamento dei reperti. Basti pensare che, inizialmente, era del tutto normale asportare statue, pitture parietali, arredamenti, monili e oggetti di uso comune, limitandosi a sommarie indicazioni sulle zone di ritrovamento.
D'altro canto, la sensibilità dell'epoca era ben diversa dall'attuale, come testimoniano le vicissitudini di celebri reperti archeologici, approdati in musei stranieri in modo più o meno lineare.
Nella fattispecie, anzi, è possibile un giudizio nel complesso positivo, dal momento che quasi tutti i reperti affluirono al Museo Borbonico di Napoli (oggi Museo Nazionale, il principale per quantità e qualità di reperti d'epoca romana in Italia, cioè nel mondo).
Un autentico salto di qualità si ebbe con l'archeologo Giuseppe Fiorelli, Direttore degli Scavi negli ultimi anni del Regno borbonico, mantenne anche nel prosieguo l'incarico.
È sua l'idea di riempire di gesso liquido le cavità di cui si avvertiva la presenza nello scavo: l'intuizione che tali cavità potessero essere lo stampo di corpi disfattisi in uno strato di ceneri compattatesi nel tempo, si rivelò esatta.
I reperti (taluni, celeberrimi come il cane alla catena) restituiscono con immediatezza, a volte commovente, gli ultimi momenti di vita degli sfortunati abitanti di Pompei. Per le tracce, in genere, lasciate dalle persone, si veda anche il paragrafo sui "resti degli abitanti".
Pompei e non, ad esempio, Ercolano perché le diverse modalità di sommersione delle città, in questo secondo caso portarono al formarsi di uno strato tufaceo di 15/20 metri di spessore originato dalla massa liquida che coprì la città.
Fra l'altro, questo è tuttora il maggior ostacolo alla messa in luce integrale di Ercolano, non tanto per lo scavo in sé ma perché la città moderna insiste sulla verticale dell'antica. Si pensi che, a quasi 300 anni dalla scoperta della Villa dei Papiri così detta dalla ricchissima raccolta di testi su papiro, la stessa è tuttora sepolta anche se, grazie alle nuove tecniche, se ne conosce una discreta porzione.
Gli edifici di Pompei, la strada delle tombe
I maggiori progressi sono stati fatti a Pompei, poiché il materiale che la ricoprì era molto meno compatto di quello che sommerse Ercolano. A Pompei, che nei tempi antichi era considerata una località secondaria, sono stati ritrovati otto templi, un foro, una basilica, due teatri, un magnifico anfiteatro e i bagni pubblici. Anche le fortificazioni, composte da larghi blocchi di pietra, sono state esposte. Uno dei luoghi più rimarchevoli è la Via dei Sepolcri. Si tratta di una larga strada pavimentata e bordata sui lati da solenni monumenti funebri, vere cappelle di famiglia dei cittadini benestanti.
I resti degli abitanti
Le abitazioni furono trovate piene di mobili eleganti , i muri degli appartamenti erano adornati con bei dipinti. Numerose statue, vasi, lampade e altri eleganti lavori artistici, sono stati recuperati. Sono stati trovati anche molti scheletri, nell'esatta posizione in cui le persone erano state colte dalla pioggia mortale delle ceneri. Gli scavatori trovarono lo scheletro di un povero, che stava cercando di fuggire dalla sua casa, e le cui dita ossute, ancora stringevano la borsa che conteneva il suo amato tesoro. Furono anche trovati, nella caserma di Pompei, gli scheletri di due gladiatori incatenati ai ceppi, ma anche i resti di una ricca matrona; e le scritte tracciate dai gladiatori sui muri sono ancora abbastanza leggibili. Nei sotterranei di una villa in periferia vennero scoperti gli scheletri di diciassette persone, che vi avevano probabilmente cercato rifugio e rimasero intrappolate. Il materiale in cui si trovarono immersi, originariamente soffice, si indurì con il passare del tempo. In questa sostanza fu trovata una cavità, contenete lo scheletro di una donna con un infante tra le braccia. Anche se sono rimaste solo le ossa, la cavità conteneva un perfetto calco della figura della donna, che mostrava come fosse rimasta sommersa nella sostanza mentre era ancora in vita. Attorno al collo dello scheletro c'era una catena d'oro, e alle dita anelli ingioiellati. Molto di recente, son venuti alla luce ad Ercolano i resti di parecchi abitanti che si erano rifugiati in un edificio nei pressi del porto in attesa di soccorsi dal mare, morti per effetto del tremendo calore sviluppato dalla "nube ardente" che investì la cittadina.
Negozi
In molte delle case, il nome del proprietario è ancora leggibile sulle porte, e gli affreschi sui muri interni sono ancora belli e in buono stato. Le fontane pubbliche sono adornate con conchiglie che formano motivi geometrici; e nella camera di un pittore è stata trovata una collezione di conchiglie in perfetto ordine. Una grande quantità di reti da pesca è stata trovata in entrambe le città, e ad Ercolano alcuni pezzi di tela conservavano ancora la propria struttura. È stato anche scoperto un fruttivendolo, con recipienti pieni di mandorle, castagne, carrube e noci. In un altro negozio c'era un recipiente in vetro pieno di olive e un barattolo di caviale. Nel negozio di un farmacista, c'era una scatola contenete pillole, ora ridotte in polvere, che erano state preparate per un paziente che non ha potuto usarle; una circostanza felice, se è riuscito a fuggire dalla città. Molto recentemente è stato ritrovato il negozio di un fornaio, con le pagnotte disposte sugli scaffali, pronte per i clienti, ma destinate a non essere mangiate. La forma delle pagnotte è identica a quelle che si producono tutt'oggi in Italia, e dopo attenta analisi si è scoperto che erano fatte con gli stessi ingredienti di oggi.
Ascensione del Vesuvio
Il Vesuvio si stacca nettamente dalla piana su cui sorge. Il circuito della base misura circa 20 chilometri e la vetta è a circa 915 metri sul livello del mare. Quest'ultima misura varia con il tempo, a causa dell'altezza variabile del cono. La sua altezza moderata, e la facilità con la quale si può raggiungere, hanno indotto molti viaggiatori a scalare la montagna; e non pochi hanno registrato la loro esperienza. Ma le eruzioni sono state così frequenti, e il loro impatto sull'aspetto del vulcano così grande, che ogni descrizione è rimasta valida per un periodo limitato di tempo, almeno sinora.
Il cratere
Negli ultimi cento anni il cratere è stato alterato completamente per cinque volte, a causa del crollo delle pareti interne è dei fenomeni vulcanici. Quando Sir William Hamilton ascese la montagna nel 1756, aveva non meno di tre crateri uno dentro l'altro. Il più esterno era molto largo. Al centro di questo ne sorgeva un secondo, più piccolo e stretto, all'interno del quale sorgeva il terzo, ancora più piccolo, ma più alto degli altri, dal quale usciva la maggior parte del vapore. Nel 1767 il cono più interno si fuse con il secondo, che si allargò notevolmente, e a causa di successive eruzioni la distanza tra questo e il più esterno venne annullata, cosicché rimase un unico cono. Nel 1822 l'interno del vulcano venne spazzato via e le pareti crollarono, abbassandone l'altezza di parecchi metri. Ma all'interno della vasta apertura, iniziò presto a formarsi un nuovo cono, che spuntava oltre il bordo frastagliato del cratere. Questo cono è cresciuto col tempo grazie all'accumulo del materiale espulso, fino ad annullare la distanza con il bordo esterno del cratere. Da allora l'aspetto del cratere si è modificato altre due volte.

L'aspetto tipico del cratere a riposo, è quello di un vasto bacino ovale vuoto, con pareti quasi perpendicolari, spezzate qua e la nella loro continuità, da larghe dighe formate dall'iniezione di materiale recente nelle fessure createsi in quelle precedentemente consolidate. Sotto le pareti perpendicolari è posto un ripido pendio composto di ceneri fini e sabbia, che scende fino alla base del cratere ed è in gran parte quasi piatto. Il terreno è screpolato da numerose fessure, che durante la notte si vedono emanare un bagliore rossastro, dovuto al materiale caldo posto sotto di esse, e che fanno sembrare il terreno come coperto da una ragnatela. Dal fondo normalmente sorgono uno o due piccoli crateri di eruzione, che emettono continuamente fumi solforosi, e che a intervalli regolari, scaricano piogge di pietre incandescenti.
L'esterno del cono è composto da ceneri e pietre, che rendono l'ascesa laboriosa. La parte di montagna sotto il cono non presenta invece particolari difficoltà. La vista dalla cima è spettacolare, in contrasto con l'aspetto desolato dell'interno del cratere. Un'immagine realistica di come poteva apparire il Vesuvio prima della grande eruzione del 79 d.C. la si può avere al Museo Archeologico Nazionale di Napoli dove alla sezione dedicata alla pitture provenienti dalle città archeologiche di Ercolano e Pompei, vi è un bel dipinto raffigurante 'Bacco e il Vesuvio' dove si vede un monte appuntito che tradizionalmente viene identificato con il Vesuvio prima dell'eruzione che lo divise in due.
Le altre emergenze vulcaniche in Campania
In questo intervallo, comunque, ci fu una straoridnaria eruzione, non del Vesuvio stesso, ma a non molta distanza da esso, nei pressi dell'antica Baia, sulla sponda opposta del Golfo di Napoli (in pratica l'area da cui mosse per la sua ultima missione Plinio il vecchio). I Campi Flegrei si trovano a nord-ovest di Napoli e sono un'area vulcanica di circa venti crateri disseminati su una superficie di 65 chilometri quadrati e con un diametro di 12 km. L'attività di qusti vulcani ebbe inizio 50.000 anni fa, e prende il nome di area flegrea.
L'area contiene un cratere allo stato di solfatara, un vulcano estinto con un grande cratere chiamato Monte Barbaro e il Lago d'Averno, anch'esso un cratere vulcanico estinto. Quest'ultimo, come il nome evidenzia, era considerato l'ingresso agli Inferi.
La zona, del resto, è ricca di reminiscenze classiche: dal promontorio di Capo Miseno conformato come un tumulo, quasi conferma della leggenda che vuole vi sia seppellito il trombettiere di Enea, all'Antro della Sibilla Cumana, passando per le ricche ville di Baia, oggi sommerse, le "presenze" classiche si susseguono, curiosamente intrecciate con la vita di ogni giorno.
Tra il Monte Barbaro e il mare, era situata una zona pianeggiante, che costeggiava il Lago di Lucrino, il quale è separato da Baia da una stretta striscia di terreno. Il 29 settembre 1538, il terreno sopra citato divenne la scena di una grande eruzione, che sfociò nella formazione di una nuova altura che raggiunse un'altezza di 140 metri e una circonferenza di circa 250. Ricevette il nome di Monte Nuovo, ed è oggi coperta da una vegetazione lussureggiante
Il tempio di Serapide o Serapeo
A Pozzuoli, (nei pressi di Baia, e non molto lontano dal Monte Nuovo), si ergono i resti del Macellum, comunemente noto come Tempio di Serapide o Serapeo. L'edificio, che era in realtà un mercato, consisteva in un porticato che circondava un'area scoperta. Il porticato ospitava botteghe aperte sia verso l'esterno che verso la piazza interna.
Il principale motivo d'interesse per questa costruzione sta nelle colonne residue che, grazie alla presenza lungo il fusto di fori prodotti da litodomi, sono l'evidente testimonianza del bradisismo che interessa la zona. Come infatti confermato da altri fenomeni nell'area circostante, sin dall'epoca Cristiana, il livello della costa, è cambiato almeno due volte.
La terra è prima sprofondata è quindi riemersa, ogni volta per un estensione superiore ai 7 metri. La prova della sommersione delle colonne è data da un'area di circa 3 metri, posta 4 metri sopra il piedistallo, nella quale sono presenti numerose perforazioni, fatte da molluschi bivalvi. La riemersione del terreno su cui sorge il tempio, quasi al suo livello originario, sembra sia avvenuta al tempo della formazione del Montenuovo.
Il "rischio Vesuvio"
Le pendici del Vesuvio e i comprensori circostanti sono oggi fittamente antropizzati e disordinatamente urbanizzati.
Per far fronte ai grandi rischi connessi ad una non impossibile eruzione del Vesuvio è stato redatto un piano nazionale d'emergenza che individua zone a diversa pericolosità e prevede azioni di soccorso, piani di evacuazione eccetera.
La Zona rossa (a sua volta suddivisa in 5 zone intercomunali), si estende per circa 200 km e comprende 18 comuni dell'area vesuviana ufficialmente esposta a maggior rischio da eruzione.
I comuni interessati sono Boscoreale, Boscotrecase, Cercola, Ercolano, Massa di Somma, Ottaviano, Pollena Trocchia, Pompei, Portici, Sant'Anastasia, San Giorgio a Cremano, San Giuseppe Vesuviano, San Sebastiano al Vesuvio, Somma Vesuviana, Terzigno, Torre Annunziata, Torre del Greco e Trecase.
Si tratta di un comprensorio dove nel 1999 si stimava abitassero circa 578 mila persone, corrispondenti a oltre 173 mila nuclei familiari, che andrebbero evacuate contemporaneamente in caso di eruzione.
Sport
Il 23 maggio 1990 la terza tappa del Giro d'Italia si è conclusa al Vesuvio con la vittoria dello spagnolo Eduardo Chozas.

2 commenti: